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La calvizie (o alopecia) consiste nel tipico problema della perdita dei capelli sul cuoio capelluto che contraddistingue gran parte degli uomini e una minor parte delle donne in particolare dai trent’anni in avanti, con accentuazione e gravità generalmente sempre maggiore quanto più si va avanti con l’età per i soggetti che ne soffrono. Essa non comporta alcun problema relativamente allo stato di salute dell’individuo, ma può comportare egualmente delle difficoltà da un punto di vista estetico e psicologico, essendo vista socialmente come un danno all’immagine.

Le calvizie non sono tutte uguali, ma vanno distinte sia per sesso, maschile e femminile (dal momento che le origini e gli esiti sono differenti), sia per il livello o lo stadio delle stesse.

Una classificazione generale, invece, può essere fatta per le tipologie. Cominciamo con la classificazione per tipi, per poi addentrarci nelle distinzioni tra calvizie maschile e femminile e relativi stadi.

Tipologie di calvizie

  • Una delle calvizie più diffuse, se non la più diffusa in assoluto, è la calvizie androgenetica, tanto da essere più nota come calvizie comune. Come si intuisce dal nome è una calvizie prettamente maschile ed è di derivazione genetica, sebbene possa interessare in misura molto minore anche le donne. Derivazione genetica significa che questa calvizie è purtroppo ereditaria. Si tratta di una calvizie legata agli androgeni, gli ormoni maschili. Nelle donne, si può comunque verificare in caso di altri problemi come malattie che incrementano gli androgeni nel corpo femminile provocando anche calvizie tra gli altri disturbi.In particolare, agenti che risultano essere i maggiori indiziati ad influire sui capelli sono una generale carenza di androgeni di testosterone con un’alta presenza, viceversa, di una tipologia in particolare, il diidrotestosterone (sigla DHT). Causa quest’ultimo, i capelli nel tempo diventano sempre più sottili fino a che la ricrescita non riesce più a sostituire il numero dei capelli persi, generando così la calvizie. Il problema, quindi, non è tanto la caduta dei capelli, quanto l’assenza di ricrescita e crescita dei nuovi capelli. Se nell’uomo questo dipende soprattutto dall’eccessivo diidrotestosterone, nella donna può dipendere da una eccessiva produzione di ormoni maschili.
  • La calvizie stagionale è invece un fenomeno temporaneo che avviene soprattutto nei mesi autunnali. In questa fase, i capelli possono subire una perdita dei capelli in misura molto maggiore rispetto al normale (da 2 a 4 volte di più), tanto che a volte può notarsi la differenza. Questa calvizie non deve preoccupare, perché appunto temporanea e una volta passati gli uno o due mesi più a rischio, in seguito la ricrescita dei capelli torna sui livelli standard.
  • La calvizie psicogena è anche conosciuta come “calvizie da stress”. In questo caso a influire sulla perdita dei capelli, infatti, è la condizione cognitiva del soggetto, che può presentare disturbi di personalità, ansia continua, stress cronico, shock traumatico o uno stato depressivo. In questi casi, può accadere che si instaurino sul cuoio capelluto fenomeni di infiammazione follicolare o di iperseborrea che portano alla calvizie nelle aree centrali della testa. A portare l’eccesso di sebo o le infiammazioni follicolari sono delle reazioni biologiche che coinvolgono l’area dell’ipotalamo e dell’ipofisi, i quali rilasciano nel corpo dei particolari ormoni corticotropi che producono di riflesso questi effetti collaterali. Si tratta, in sostanza, del “messaggio” che il corpo manda per esprimere uno stato di disagio psicofisico, motivo per cui si parla di “calvizie psicogena”. Questo legame è dimostrato, ma ancora parziale e non si escludono in ogni caso relazioni genetiche.
  • La calvizie areata è forse la più antiestetica in assoluto. In questo caso la perdita dei capelli non è un “avanzamento” che parte dai lobi frontali o dal centro della testa, ma si tratta di una perdita quasi improvvisa che avviene a chiazze sul cuoio capelluto, che nella maggior parte dei casi fortunatamente riesce a risolversi. Il fenomeno è genetico e piuttosto raro, tanto da colpire appena 1 persona su 10.000. La tipologia più comune vede questa calvizie nascere già durante l’adolescenza ed è quella che generalmente si risolve da sola nel tempo.

La calvizie nel tempo

L’alopecia è un fenomeno molto diffuso, ma è la sua velocità con cui si “propaga” sul cuoio capelluto nel tempo a determinarne la gravità. Infatti, bisogna distinguere quella ad evoluzione lenta da quella ad evoluzione rapida. La calvizie lenta è la più comune, comincia a partire dai trent’anni e avanza molto lentamente nel corso di decenni, senza rivelarsi comunque troppo problematica. Effetti diversi si hanno con la calvizie ad evoluzione rapida, nota come calvizie precoce. In questo caso gli effetti sui capelli possono essere ben più devastanti, così come è precoce l’inizio della perdita dei capelli che avviene già a partire dai diciott’anni. La calvizie precoce comincia quindi già in giovane età, così che un ventenne può ritrovarsi subito con una certa stempiatura ben visibile, dovuta alla caduta dei capelli, che si può ben notare dopo ogni shampoo e che avanza velocemente nel giro di pochi anni.

La calvizie precoce è conosciuta anche come calvizie seborroica, perché si genera a seguito di una produzione eccessiva del sebo da parte delle ghiandole sebacee comportando come effetto collaterale una veloce diminuzione dei capelli.

Può essere tanto più veloce quanto più il soggetto è sottoposto a lunghi periodi di stress o forti reazioni emotive, ma sostanzialmente la derivazione è genetica. È in particolare la calvizie ad evoluzione rapida a preoccupare e per cui si cercano soluzioni.

Risvolti psicologici: calvizie e virilità

La calvizie è vissuta dagli uomini anche come un problema psicologico. Anche se i livelli di testosterone sono generalmente nella norma in un uomo pelato, in ogni caso l’assenza dei capelli può influire negativamente nei rapporti con gli altri e con le donne, facendo perdere sicurezza circa la propria attrazione e virilità, sulla capacità di sedurre, instillando dubbi in se stessi sempre maggiori man mano che la calvizie avanza. È dimostrato, infatti, il legame che la perdita dei capelli ha con disturbi ansiosi e con una mancanza di sicurezza di sé. Questo avviene perché il fenomeno della caduta può essere vissuto sul piano personale come un problema grave di immagine, portando a risvolti psicologici sempre peggiori che possono danneggiare il senso di virilità dell’uomo e sfociare nei casi più gravi fino alla depressione.

I sintomi della calvizie

Uno dei sintomi più diffusi dell’alopecia è quello di avvertire prurito alla testa. Il prurito è l’effetto dell’eccessiva produzione di sebo dalle ghiandole, che va ad intasare i follicoli dei capelli intaccando la loro tenuta. Nei casi più gravi, comporta anche dolore su tutto o parte del cuoio capelluto o desquamazione con forfora grassa.

Calvizie comune maschile: gli stadi

La calvizie comune maschile è di gran lungo più diffusa di quella femminile. Il diradamento dei capelli avviene a partire dalla zona frontale e dalle tempie, cominciando con la classica “stempiatura”. In seguito la zona soggetta alla caduta ed a restare scoperta diventa sempre più ampia. La misura della calvizie comune è stata prevista da alcuni studiosi come Hamilton o Norwood in più stadi. Il primo a tracciare le differenze fu Hamilton che all’inizio degli Anni Cinquanta descrisse cinque stadi. In seguito, Negli Anni Settanta, Norwood migliorò questa scala, portandola a sette livelli, alcuni con sotto-fasi interne per dodici “passaggi” complessivi che generano la cosiddetta Scala Hamilton-Norwood:

scala di norwood
  1. Nello Stadio I vi sono i soggetti che non soffrono di calvizie;
  2. Nello Stadio II, vi è un primo arretramento dell’attaccatura dei capelli nella zona frontale-temporale, seguito in una forma più acuta dall’arretramento dalla linea frontale. Ancora non si può parlare comunque di un fenomeno di vera e propria calvizie;
  3. Nello Stadio III l’arretramento dall’area frontale-temporale diventa più evidente; in una forma più acuta è evidente anche l’arretramento della linea frontale e un diradamento del vertice. Dalla forma più acuta del terzo stadio, detta “Stadio III Vertex”, si comincia a parlare di calvizie.
  4. Nello Stadio IV continua “la ritirata” dall’area fronto-temporale e frontale con un maggior diradarsi nel vertice rispetto allo stadio III. La stempiatura diventa una vera e propria calvizie che si può notare.
  5. Nello Stadio V, la calvizie anteriore e posteriore si avvicinano tra loro.
  6. Nello Stadio VI, la calvizie è ormai molto accentuata sia lato frontale che lato vertice e tutto ciò che resta è una coroncina di capelli in area temporale e occipitale. La caduta si estende ai lati e nell’area posteriore, sulla nuca.
  7. Nello Stadio VII, l’ultimo, permane solo una striscia di capelli lunga e stretta da un orecchio all’altro, molto assottigliata. Questa fase “definitiva” e grave è anche conosciuta come “calvizie ippocratica”.

Calvizie comune femminile: gli stadi

La calvizie femminile è un fenomeno molto meno diffuso rispetto al corrispondente maschile. In essa, si nota di più la calvizie nella zona del vertice ed in quella frontale, mentre la zona temporale non ne è comunque intaccata. La calvizie femminile è meno estesa e grave, perché gli androgeni sono comunque bilanciati dagli estrogeni e il testosterone è trasformato esso stesso in estrogeni come l’estradiolo.

Questo fenomeno può insorgere soprattutto in alcuni momenti particolari della vita di una donna come la gravidanza o la menopausa. Dopo il parto c’è un calo consistente degli estrogeni che può portare a caduta dei capelli, così come il successivo allattamento concentra nel latte il calcio, indebolendo i capelli. Egualmente, con la menopausa si riduce la produzione degli estrogeni, causando un naturale indebolimento dei capelli. In più, la calvizie può comparire anche a causa del continuo utilizzo di prodotti aggressivi per il trattamento dei capelli che posso arrivare fino ad intaccarli alla radice. A differenza della calvizie dell’uomo, poi, tende a diffondersi in modo generalizzato su tutta la testa dal 30% in poi, eccezion fatta per l’attaccatura che permane in una fascia di uno o due centimetri.

A definire il livello di calvizie femminile è intervenuto un altro studioso, Ludwig. Egli ha elaborato la cosiddetta Scala Ludwig, fondata su molte meno fasi rispetto alla Scala Norwood tanto da contare appena tre step, che variano in base al livello di calvizie.

scala di ludwig
  1. Nello Stadio I, i capelli diminuiscono all’altezza della corona, in modo non molto evidente, indicativamente tra 1 e 3 centimetri dietro la linea frontale normale;
  2. Nello Stadio II, la diminuzione dei capelli sulla corona è molto più evidente;
  3. Nello Stadio III, il diradamento è molto più forte su tutta la corona.

Tra le donne, la calvizie più diffusa è quella dello Stadio I, mentre molto più raramente essa evolve fino allo Stadio III.

Nel 1994 lo studioso Savin ha migliorato questa scala suddividendola in cinque fasi totali. Alle tre fasi già descritte, infatti, egli ha aggiunto la fase avanzata e quella frontale, entrambe piuttosto rare tra le donne. La fase avanzata vede una maggior estensione della calvizie su tutto il cuoio capelluto, mentre la calvizie frontale aggiunge anche un diradamento frontale, ancor più raro.

Rimedi possibili per le alopecie, ma spesso effimeri

Le alopecie, sia per tipologia, sia quella maschile che quella femminile, possono essere ridotte seguendo cure e terapie, che però di base non sono in grado di dare il risultato garantito e potrebbero rivelarsi inutili, costose oltre che dannose.

Per la calvizie areata, non vi è un vero e proprio rimedio sicuro, perché si tratta di una malattia che può guarire anche da sola o evolvere al peggio senza possibilità di rimedio. Per cui una “terapia” può essere proprio l’astenersi dall’assumere alcun tipo di sostanza. Per la forma più grave, molti utilizzano ancora la cosiddetta “PUVA terapia”, dove PUVA è acronimo di Psoralene e irradiazione con raggi UVA utilizzati in tre sedute a settimana, solo per gli adulti e non da considerare per bambini e giovani, essendo comunque a rischio di effetti cancerogeni. Se non vi sono risposte positive dopo trenta sedute possono sancire il fallimento del tentativo. Il successo per questa terapia non è affatto garantito ed in seguito è comunque necessaria una terapia di mantenimento essendo frequente la ricaduta.

Per le calvizie da stress, il rimedio più indicato è proprio capire la ragione primaria dello stress e cercare di rimuoverla, per questo può anche essere d’aiuto uno psicologo. Per favorire il benessere psicofisico, non di rado si suggeriscono anche attività di yoga. Alcune tecniche di yoga, come le asana, favorendo la circolazione nel cuoio capelluto dovrebbero ossigenare i vasi e rafforzare i capelli. Anche su questo non vi è alcun riscontro scientifico oltre che rimane impossibile ottenere una ricrescita.

In mancanza di queste “soluzioni”, si possono cercare dei rimedi che frenino la caduta dei capelli contrastando i sintomi derivati che causano questa calvizie, come la seborrea. Uno di questi è la laserterapia. La laserterapia dovrebbe stimolare i bulbi piliferi favorendo la circolazione sanguigna che nutre i capelli. I riscontri scientifici sono però troppo pochi e troppo vaghi per poter parlare di soluzione definitiva e non vi è possibilità di recuperare i capelli già persi.

Per la calvizie comune maschile, anche se si tratta di un problema diffusissimo, il risvolto psicologico è importante quindi chi vuole può cercare di porre un rimedio anche parziale. Qui, però, individuare la cura precisa è più difficile perché i fattori sono androgenetici, perciò possono variare da individuo a individuo ed è necessario studiare entrambi i fattori per ciascun individuo, senza avere la certezza che la cura che si sta seguendo sia del resto la più indicata. Per la calvizie comune femminile si utilizzano farmaci differenti, che provano a stimolare la ricrescita riducendo il diidrotestosterone (DHT) dai follicoli della cute.

Sia per la calvizie maschile che per quella femminile, la cura tramite farmaci diventa piuttosto inutile se la calvizie è già in uno stadio avanzato, e ci si “condanna” a prendere medicine come Finasteride o Minoxidil (per gli uomini) o spironolattone e acido azelaico (per le donne) per un periodo di tempo molto lungo che può arrivare anche ad un anno. Le spese sono ingenti perché occorre farsi seguire da specialisti, tenete in mente oltretutto che le medicine per quanto possibile è bene evitarle nel lungo periodo. La Finasteride, ad esempio, aumenta il livello di prolattina nel corpo e può portare nel tempo a squilibri ormonali e masse cancerose. Per di più, tendono a far apparire i capelli rimasti sempre unti e sporchi.

Tra le cure naturali alternative, sono state propinate alcune tecniche che non fanno altro che illudere chi le comincia. L’omeopatia, ad esempio, vede diluire alcuni composti naturali estratti da piante, fiori, o minerali per utilizzarli sul corpo in modo da far reagire il corpo che dovrebbe teoricamente reagire e “auto-curarsi”. In realtà, può diventare anche pericolosa scatenando allergie che possono aggravare la situazione. Tra le cure con estratti vegetali le più rinomate sono aloe vera ed olio di ortica. Entrambe hanno dei principi attivi che però hanno più che altro proprietà efficaci alla protezione e alla riparazione della pelle, e non alla rigenerazione vera e propria dei bulbi piliferi. Soluzioni di “mantenimento”, dunque, senza alcuna possibilità di ricrescita in zone dove non vi sono più capelli.

Per non parlare di un leggendario “rimedio cinese” di cui si è parlato sul web negli ultimi anni, che dovrebbe prevedere una ricrescita dei capelli con estratti di una “antica e rara pianta cinese” detta Ho Shu Wu ed identificata nella Fallopia multiflora. Si tratta di una vera e propria trovata commerciale con millantate “scoperte scientifiche” (che arrivano al 98% di “casi risolti” evidenziando così la bufala) senza alcun riscontro oggettivo.

Nel campo delle ricerche vere e proprie, alcuni studi sugli animali hanno mostrato buone possibilità di cure della calvizie con le cellule staminali. Tuttavia si è ancora ai primordi di questa ricerca, non può essere ancora applicata sull’uomo e sono tutti da testare i fattori che riguardano la sicurezza per la salute.

Il tatuaggio per mascherare la calvizie? Meglio di no

Una soluzione stravagante che alcuni hanno deciso di utilizzare per mascherare la calvizie è quella di effettuare sulla testa pelata dei tatuaggi che simulino in tutto e per tutto una “rasatura della testa”, per la serie: i capelli ci sono ma li taglio sempre a zero. Il nome esatto di questa tecnica è “pigmentazione del cuoio capelluto”. In realtà, il tatuaggio non viene eseguito utilizzando gli stessi aghi ed inchiostri dei normali tatuaggi, ma si scelgono degli aghi più piccoli e meno arrotondati in modo da far assomigliare il più possibile il tatuaggio al risultato di una testa rasata. Anche l’inchiostro utilizzato è diverso e si usano inchiostri specifici con colorazioni differenti che assomiglino il più possibile al colore naturale originale dei capelli.

Ci sono però numerosi “contro” per questa soluzione. Innanzitutto, la sperimentazione è recente e non si ha la certezza che questa pigmentazione permanga effettivamente sulla testa e che resti sempre invariata nel lungo periodo. Ad esempio, è altamente probabile che i raggi solari contribuiscano a modificare l’aspetto originale dell’inchiostro facendo sì che nel tempo i capelli “sbiadiscano” o addirittura cambino colore. Un altro aspetto decisamente negativo è che, essendo la procedura piuttosto nuova, non si dispone ancora di elementi sufficienti per capire se questo tipo di trattamento presenti effetti collaterali nel tempo, come allergie agli inchiostri. Potete quindi provare a farlo, ma il tutto a vostro rischio e pericolo.

La soluzione definitiva: la tecnica FUE

In ultima analisi, la soluzione definitiva c’è, ma bisogna mettere da parte tutte le ipotesi analizzate fino a questo momento, per concentrarsi sull’unica possibilità reale che consente di recuperare la propria chioma, senza rischi e permanentemente: stiamo parlando dell’autotrapianto, cioè il trapianto di capelli dello stesso individuo presi da altre parti del cuoio capelluto e reimpiantati. È questa infatti la soluzione definitiva che dà i risultati migliori quando effettuata in modo competente.

Esistono diverse tecniche di autotrapianto dei capelli, in questa sede vogliamo concentrarci parlando di una delle più efficaci: la tecnica FUE.

L’autotrapianto con tecnica FUE (Follicolar Unit Extraction) è una possibile soluzione definitiva al problema delle calvizie. Si tratta di un trattamento chirurgico di tipo tricologico che consente un reimpianto di capelli in aree scoperte, prelevandoli da altre aree (solitamente la nuca) dove ve ne sono in abbondanza. Utilizzando un mini-bisturi, i capelli vengono prelevati dal paziente uno per uno e innestati nella zona della testa dove è necessario il rinfoltimento. La differenza con altri autotrapianti è che con la tecnica FUE non sono prelevati soltanto i capelli, ma anche i follicoli che contengono i bulbi piliferi. In questo modo i capelli trapiantati non possono avere alcun tipo di rigetto da parte del corpo, trattandosi di follicoli dello stesso paziente.

Tramite il mini-bisturi si prelevano piccole parti di cuoio capelluto e di follicoli, reimpiantati sull’area pelata senza lasciare alcuna traccia evidente. Il diametro del mini-bisturi è di appena un millimetro e dunque così piccolo da non provocare cicatrici né danneggiare i follicoli in fase di prelievo e di trapianto.

In compenso, il risultato finale è quello di ottenere una nuova chioma, coprendo con i capelli le aree precedentemente calve, senza lasciare tracce sulle aree dove sono stati prelevati e senza cicatrici visibili nelle aree di trapianto, permettendo così anche dei tempi di recupero più rapidi. Pensate che già dopo un paio di mesi i capelli prendono a ricrescere.

Naturalmente, per affrontare un trapianto ogni individuo sarà preventivamente sottoposto ad una visita pre-operatoria, per valutare la fattibilità dell’intervento e stabilire preventivamente il risultato finale.